Custodi del tempo: il Rossese segreto di Tenuta Anfosso

Riassunto

Tra i terrazzamenti di Soldano, Tenuta Anfosso custodisce un patrimonio vitivinicolo unico: viti centenarie di Rossese Bianco a piede franco, una vinificazione che valorizza i vitigni autoctoni e una produzione che unisce tradizione, ricerca scientifica e rispetto del territorio.

Viaggio nel cuore di Soldano tra i filari centenari di Tenuta Anfosso, dove la scienza del DNA certifica tradizioni secolari.

C’è un luogo in Liguria dove la terra non si offre, si conquista. Siamo a Soldano, nell’entroterra di Bordighera, lungo la fitta rete di valli che salgono verso Perinaldo. Qui la viticoltura non è un mestiere comodo: è una scalinata verticale di muretti a secco, pendenze che tolgono il fiato e terreni scisto-marnosi che i vecchi chiamano con rispetto e fatica sgrutti. In questo scenario di pura resistenza agricola opera Alessandro Anfosso, anima di Tenuta Anfosso, una delle storiche famiglie di Soldano. Con un approccio che unisce il rispetto arcaico per la terra e la precisione della scienza moderna, Alessandro cura viti centenarie come fossero monumenti nazionali. E in un certo senso, lo sono.

Il mistero del Rossese Bianco a piede franco

Se c’è una storia che riassume la dedizione di Tenuta Anfosso, è quella delle duecento piante superstiti di Rossese Bianco. Nel 1887, un violento terremoto colpisce la zona dell’estremo ponente Ligure, a Poggio Pini, fece crollare i muretti a secco e trascinando con sé gran parte del vigneto, coltivato a Rossese Bianco. Sopravvivono solo duecento viti arroccate dove i muri tengono botta. Si tratta di piante monumentali, che oggi vantano circa duecento anni di età. La particolarità straordinaria risiede nel fatto che sono piante a piede franco, ossia non innestate su radice americana, eppure si mostrano immuni alla fillossera, l’insetto killer che a fine Ottocento devastò i vigneti europei.
“Abbiamo fatto effettuare ricerche sul DNA sia dalla parte dei tralci che dalla parte radicale per essere sicuri, per avere una certificazione” spiega Alessandro Anfosso. “Perché queste piante continuano a resistere: o sono immuni, o abbiamo un insetto completamente diverso da tutte le altre parti d’Italia, ma non credo. Ci deve essere una ragione celata nel loro DNA che vorremmo scoprire”
Forte delle analisi scientifiche, Alessandro, dopo aver ottenuto l’autorizzazione dal servizio fitosanitario di Sanremo, ha piantato un intero nuovo appezzamento a piede franco utilizzando esclusivamente i cloni di queste piante centenarie, scommettendo sul futuro con le radici nel passato.

Una vinificazione da rosso per un bianco di carattere

Il Rossese Bianco che esce come Vino Bianco Antea non ha nulla a che fare con i classici bianchi liguri più beverini. È un vitigno autoctono antico, un tempo assai coltivato prima di essere sostituito dal Vermentino o dal Pigato a causa delle sue rese estremamente basse, che difficilmente superano i cinquanta quintali per ettaro contro i centodieci delle varietà più commerciali. Inoltre, la pianta ha un carattere indomito che richiede pazienza e sapienza. Per valorizzarlo, Alessandro e suo padre hanno scelto di trattarlo con tecniche che guardano alla vinificazione in rosso.
Mio papà ed io lo trattavamo come un’uva rossa, lo mettevamo nelle vasche di cemento e lo pigiavamo” ricorda Alessandro. “Adesso ho due accortezze un po’ più moderne per evitare acidità volatili troppo elevate. Invece di una macerazione calda, faccio fare un contatto con le bucce a dieci gradi di temperatura per quattro giorni, giusto il tempo per non far partire la fermentazione.
Solo in seguito avviene la svinatura e il mosto viene trasferito in vasche d’acciaio per la fermentazione, per poi riposare in tonneaux di ACACIA, un legno che ossigena ma non cede aromi, dai dodici ai quindici mesi. Dopo l’imbottigliamento, il vino riposa ancora diversi mesi prima dell’uscita sul mercato. Il risultato nel calice è sorprendente: un colore dorato carico e luminoso, che non presenta le spigolosità tipiche dei macerati estremi, ma offre una rotondità, una freschezza e una capacità di invecchiamento straordinarie. È un bianco strutturato, importante, che ama gli abbinamenti a tavola, anche apparentemente estremi. Alessandro avverte sempre i ristoratori: “Bisogna spiegare che non è un vino bianco canonico. Si abbina più con piatti da rosso che da bianco.

Il Dolceacqua Superiore 90 e l’arte della selezione

La filosofia di Tenuta Anfosso si esprime con altrettanta forza nei suoi rossi d’eccellenza, a partire dal celebre Rossese di Dolceacqua. Tra le etichette prodotte spicca il Dolceacqua Superiore “90”, nato originariamente come un’edizione unica con l’annata 2016 per celebrare i novant’anni del padre di Alessandro. Il calore con cui è stato accolto dai clienti ha convinto l’azienda a riproporlo nelle annate successive, selezionando rigorosamente le uve solo quando la stagione garantisce una maturazione perfetta sia dell’acino che del raspo.
Per questo vino si utilizzano esclusivamente le vigne più vecchie della tenuta, situate nei cru storici di Poggio Pini, risalente al 1888, e di Luvaira, che risale al 1905.
Andiamo a prelevare le uve solo ed esclusivamente dai vigneti più vecchi,” specifica Alessandro. “Il ’90 viene fermentato con i raspi. I raspi devono essere per forza al cento per cento maturi, perché altrimenti lascerebbero un gusto amarognolo che con il palato dei clienti di oggi non verrebbe capito. Lo lasciamo in tonneax di Acacia almeno diciotto mesi prima dell’imbottigliamento.
Poiché la composizione del blend può variare a seconda dell’annata, l’azienda ha scelto di non indicare il singolo cru in etichetta, riportando invece i dettagli del vigneto di provenienza sul retro. Si tratta di un rosso potente, speziato, di incredibile longevità e dal sorso profondo, specchio fedele delle vigne ultracentenarie da cui prende vita.

Il Passito di Rossese: una rarità da difendere dagli ospiti inattesi

Nel catalogo delle unicità di Alessandro c’è spazio anche per una vera e propria gemma perduta, il Passito di Rossese rosso che esce con il nome Terrazze dell’Imperiese Passito Rosso Devì. Alessandro confessa che non lo aveva mai assaggiato prima di produrlo, poiché l’ultima volta era stato vinificato da suo nonno nel 1969 in occasione del suo battesimo. È un vino che richiede una quantità di uva e una mole di lavoro impressionanti, motivo per cui era stato abbandonato dalle generazioni precedenti.
Il processo tradizionale prevede l’appassimento dei grappoli direttamente sulla pianta, una scelta che espone il raccolto alla voracità della fauna locale, tra caprioli, cinghiali e uccelli che popolano le colline di Soldano.
Fino all’annata ventiquattro l’abbiamo lasciato appassire sulla pianta come si faceva una volta,” spiega Alessandro. “Ma l’anno scorso abbiamo avuto un grosso problema di animali che ci hanno mangiato l’uva. Una settimana prima c’era, la settimana dopo non c’era più niente. I colombacci, ci hanno mangiato quasi venti quintali di uva. Per il 2026 sto valutando se raccoglierla e metterla in cassetta o se seguire la vecchia tradizione, sfruttando l’aria e il sole.
Dopo la torchiatura tradizionale, il mosto fermenta e riposa in damigiane di vetro prima di essere imbottigliato senza subire filtrazioni. Il risultato è un passito atipico, non stucchevole, che si apre al naso con profumi intensi ma regala al palato un finale fresco e pulito.
Nelle degustazioni che abbiamo fatto tutti rimangono abbastanza stupiti perché non è un vino stucchevole,” conclude Alessandro. “Lo senti dolce al naso, poi lo metti in bocca e ti rimane quel fondo appena appena di dolcezza che ti invita a bere. Sta benissimo con i formaggi, con i biscotti o fresco come fine pasto al posto del liquore. È un vino particolare da far scoprire pian piano.”

Le etichette di Tenuta Anfosso rappresentano l’essenza stessa del territorio di Soldano, fatta di vini e tradizioni strappate alla roccia e alla storia. Un racconto che oggi, insieme a Timossi, trova la sua naturale continuazione sulle tavole e dietro i banconi dei migliori locali.

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