Stefano Albenga racconta (anche per immagini)… Barolo Bricco Rocca e Barbera Pilade di Cascina Ballarin

Stefano Albenga racconta (anche per immagini)… Barolo Bricco Rocca e Barbera Pilade di Cascina Ballarin

La storia di Cascina Ballarin è fatta di grandi trasformazioni sempre in un’ottica di rinnovamento e di crescita. Inizia negli anni ’20, esattamente nel 1928. C’era qualcosa di speciale in quell’anno: Fleming scopre la Pennicillina, Lindbergh si fa il suo primo volo aereo transatlantico in solitaria, il dirigibile Zeppelin compie anche lui (in direzione opposta) la prima trasvolata sull’oceano atterrando in New Jersey. Anche noi italiani avevamo un dirigibile, ma purtroppo si schiantò proprio al Polo Nord. Il dirigibile era “l’Italia” del capitano Nobile, reso tristemente famoso anche dal mito della tenda rossa, ma questa è un’altra saga.

Nel 1928 sono anche nate delle leggende intramontabili, ne citiamo alcune: Stanley Kubrick, Andy Warhol, Morricone, Topolino… E poi, a proposito di cicli epici, Cascina Ballarin. In quel periodo nonno e bisnonno degli attuali proprietari, da mezzadri, decisero di acquistare la fattoria perché di quello si trattava: multicoltura, allevamento, alberi da frutta, cereali, orto e animali. Ora definiremmo la situazione come: “kilometro zero” oppure “ciclo chiuso”, ma in realtà si traduceva in ”autosufficienza”. La Langa da Fenoglio era descritta con varie terminologie, sinonimo di fatica a dignitose ristrettezze, la sua opera che fotografava la situazione è encomiabile: La Malora.

Altra epoca di trasformazioni sono gli anni ’60, arrivano i fratelli Giorgio e Giovanni a ingrandire la famiglia e soprattutto ad aumentare il numero di braccia. Gimondi e Merckx pedalavano su e giù per l’Europa, l’uomo metteva piede sulla luna e Cascina Ballarin imbottigliava le prime etichette di Barolo. I produttori erano pochi e tutte le aziende non erano ancora orientate alla sola produzione di vino. L’uva si vendemmiava per autoconsumo, imbottigliare per vendere non era all’ordine del giorno.

Poi arrivano i magnifici anni ’80, quando Toto Cotugno vinceva Sanremo, gli azzurri si esaltavano al Mundial, e i Viberti che fanno? Decidono di rinnovarsi ancora e trasformare l’azienda. Si abbandonano le altre colture e si mantiene solo la vite. Potrebbe ora sembrare ovvio: I vigneti sono alla Bussia di Monforte, La Morra a Bricco Rocca, proprio sotto la antica basilica dell’Annunziata e in un altro Cru: Panerole di Novello. I vecchi magazzini sono riconvertiti in cantine, gli alberi da frutta sostituiti dalla vite, e la direzione è chiara e definita.

Arriviamo ai giorni nostri. Topolino è quasi centenario, sulla luna non ci siamo più andati, e i fratelli Viberti (questo il loro cognome, diciamo “originale”) sono entrati nel Gotha dei Barolisti più storici e classici. Di etichette di territorio ne producono una decina, Barolo in primis, poi Nebbiolo, Barbera, Dolcetto, anche due spumanti! In pratica non si sono più fermati. La loro filosofia è molto semplice: IL NOSTRO VINO DEV’ESSERE UNO DI QUELLI CHE DOPO UN BICCHIERE NE VORRESTI UN ALTRO! Semplice no?

La riconoscibilità delle loro etichette è senza dubbio di una eleganza rara, grazie ad un terreno unico (le marne blu di La Morra…) e una mano raffinata nel produrli. Utilizzando saltuariamente, come indicano nel sito, un “Raggio di Legno”, sottolineando una Sabauda sottigliezza comportamentale. Ecco come si definiscono: “Siamo contadini che fanno vino ormai da molti anni, conosciamo la terra, conosciamo le uve, conosciamo le pratiche di cantina e proviamo di vendemmia in vendemmia a raccontare storie da bere ricche di sfumature e di gusto”. Insomma… Leggende!

 

Va bene, ho detto anche troppo, vediamo qualche immagine, e facciamo parlare i protagonisti: partiamo con il Barolo Bricco Rocca.

 

E già che ci siamo, diamo un’occhiata anche al Barbera Pilade…

 

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