RentOn: la scommessa (vinta) sulla “seconda pinta”

Riassunto

Nato nel 2015 in un’ex officina Volkswagen a Fano, RentOn è un birrificio che punta su equilibrio e bevibilità. Con un portfolio di birre che spazia da Red Ale e Saison a IPA e Summer Ale, ogni etichetta è pensata per essere ordinata più volte, conquistando sia i bevitori esperti sia chi si avvicina al mondo artigianale. Il design pop delle lattine, l’identità visiva curata e la presenza sul territorio, in particolare in Liguria con Timossi, consolidano la sua crescita e rendono RentOn una realtà riconoscibile e amata.

Dalle mura romane di Fano, storia di un birrificio nato in una ex officina Volkswagen. Dove la ricerca stilistica non dimentica mai la regola d’oro del pub: l’equilibrio. Andrea Caverni ci racconta come si costruiscono birre fatte per essere riordinate

C’era una volta un’officina meccanica a Fano, a ridosso delle mura romane. Lì dove un tempo si riparavano i motori delle Volkswagen, oggi si assemblano ricette e si costruiscono certezze nel bicchiere. È il 2015 quando nasce ufficialmente RentOn, ma sarebbe un errore considerarla una start-up. Le fondamenta, infatti, affondano nell’entroterra marchigiano, in quel Birrificio Pergolese che è stato uno dei pionieri del movimento artigianale italiano.

 

«Elia Adanti, il nostro birraio, lavorava lì dal 2007. Quando abbiamo rilevato l’attività insieme a Giannandrea Tecchi, abbiamo deciso di portare quel bagaglio tecnico sulla costa, cambiando nome e pelle, ma mantenendo la sostanza» racconta Andrea Caverni, responsabile commerciale. RentOn è l’evoluzione di quella storia: una struttura dove produzione e mescita convivono, accorciando la filiera tra chi crea e chi consuma.

L’elogio della bevibilità

In un mercato artigianale che talvolta rincorre l’estremo per puro esercizio di stile, RentOn ha scelto la via della concretezza anglosassone. Con una produzione che tocca i 3000 ettolitri l’anno, la filosofia è chiara: pulizia ed equilibrio.

«Non siamo un birrificio che cerca di stupire con prodotti estremi fine a se stessi» sottolinea Caverni. «Il nostro focus assoluto è la bevibilità. Vogliamo che il cliente, finita la prima pinta, abbia subito voglia di ordinarne una seconda». Una dichiarazione d’intenti che suona come musica per le orecchie dei publican: birre con una forte identità, ma studiate per garantire un’alta rotazione al banco. «Facciamo birre che piacciono al bevitore esperto, ma che non spaventano chi si avvicina all’artigianale. Facciamo felice chi la beve, ma anche chi la deve vendere».

Dalla Bombay alla Lola: icone di equilibrio

Questa filosofia si traduce in un portfolio di una decina di etichette fisse che spaziano tra stili inglesi e belgi, unite da un filo rosso di coerenza. La bandiera del birrificio resta la Bombay, una Red Ale d’ispirazione britannica che incarna perfettamente il credo aziendale: note di malto e biscotto in ingresso, ma con una chiusura secca che pulisce il palato e invita al sorso successivo. Se la Bombay è il classico che rassicura, la Lola rappresenta la capacità di osare con le botaniche senza perdere la bussola. È una saison in cui l’infusione di salvia fresca si sposa alla speziatura tipica del lievito: una birra spiccatamente gastronomica, balsamica ma mai invasiva. Quando le temperature salgono, la risposta arriva dalla Yellow Submarine: una summer ale da soli 4 gradi, dove le scorze di limone e bergamotto costruiscono un bouquet agrumato esplosivo per una bevuta da vera session. Non mancano le incursioni nel mondo luppolato moderno, con le immancabili IPA e l’ultima arrivata, una Session IPA Gluten Free, nata per rispondere a un mercato sempre più esigente e trasversale.

Trainspotting, lattine e identità visiva

Se la sostanza è seria, l’anima è goliardica. Il nome stesso è figlio di una serata tra amici e di una citazione cinematografica anni ’90. «Durante una cena, guardando Elia che in quel periodo era rasato a zero e magrissimo, notammo l’impressionante somiglianza con Mark Renton, il protagonista di Trainspotting», ricorda Caverni sorridendo. Da lì a RentOn, il passo è stato breve.

L’identità visiva, però, non è lasciata al caso. Il logo – un uomo in cammino con il suo cane – porta la firma di Simone Massi, illustratore di fama internazionale, e rappresenta il birraio che porta con sé la propria storia e il proprio sapere. Un’estetica che oggi esplode sulle lattine: una scelta fatta quattro anni fa per abbandonare il vetro, garantendo una migliore conservazione del prodotto (riparo totale dalla luce) e un impatto grafico pop e riconoscibile, fondamentale per distinguersi nel frigo dei locali.

La scommessa ligure: un mercato che ha ingranato la marcia giusta

C’è poi un capitolo a parte, scritto tra i caruggi e la riviera di Ponente. È il legame con la Liguria, consolidato dalla partnership con Timossi. «Sono tornato a Genova per la quarta volta di recente: è un mercato che ha bisogno di tempo per recepire le nostre birre, ma che oggi ha decisamente ingranato».

Una crescita frutto di presenza costante e affiancamenti sul territorio, ma soprattutto di una solida intesa commerciale. «Andrea Marzi ci ha dato fiducia e ha creduto nel progetto RentOn. Oggi sono orgoglioso del presidio che abbiamo costruito su Genova e su tutta la regione». E se le lattine ormai girano trasversalmente, c’è una referenza che sembra aver intercettato con precisione il gusto locale: «La Bombay qui funziona benissimo». Forse perché, tra il mare e l’appennino, la voglia di una birra rossa, equilibrata e dalla beva instancabile, mette d’accordo tutti.

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