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Stefano Albenga racconta: Barbaresco Ronchi di Giancarlo Rocca

Alla soglia dei 50 ho necessità di fare outing, niente di pazzesco, per carità, però…lo devo dire: la regione vinosa che preferisco è il Piemonte! Bellissime anche tutte le altre aree italiane, ognuna con le rispettive caratteristiche, ci mancherebbe. Ma le qualità che riesce a concentrare questa terra secondo me sono uniche.

Una delle fotografie di questo territorio potrebbe essere Giancarlo Rocca, appena entrato a far parte delle nostre attenzioni come rete distributiva. Siamo in una delle zone più vocate del Piemonte, in una delle aree più importanti del territorio: in Langa, in uno dei cru più espressivi di Barbaresco: Ronchi.

Cosa aggiungere? E’ tra le colline più scoscese! Insomma al centro dell’immaginario emozionale di ogni appassionato di vini da invecchiamento.

Quando chiedi qualcosa, Giancarlo ti risponde con quella faccia del tipo: “Cosa mi stai chiedendo?” Per lui è tutto ovvio, ha sempre fatto vino da generazioni, di conseguenza è tutto banale, quotidiano. Anche il fantastico panorama che si sviluppa intorno alla sua casa, aggrappata ad una collina che produce nettari dalle sensazioni uniche. Una cantina rinnovata qualche anno fa, senza impattare sul territorio, ovviamente.

Barbaresco-Ronchi-di-Giancarlo-Rocca

Quando parli delle sue rive scoscese, lui ti racconta di un territorio che conosce come pochi altri, e non ti stupisci se quando ti racconta di casa sua si riferisce al trisavolo (avete capito bene: trisavolo, io manco credevo di avercelo avuto un trisavolo). Quante vendemmie fatte? Lui ti risponde: “Tutte”, ovvero da quando è nato e allarga gli occhi, con quella espressione che mi dice: “Sei proprio un cittadino!”

Vabbè, passiamo ai vini: ci concentriamo sui due storici Barbareschi. Un’ etichetta che lui definisce “Tradizionale” ed una selezione di vigna etichettata come “Ronchi”.

Partiamo dalla prima versione più classica, etichetta bianca. Affrontiamo l’annata 2014, non è la potenza la sua caratteristica principale, è un Barbaresco che affianca le sfumature tipicamente floreali (petalo di rosa passita), una freschezza che “fotografa” l’annata, ma soprattutto una mineralità immediata, scintillate. Una bottiglia fruibile e piacevole già nei primi anni di immissione sul mercato. L’affinamento è effettuato totalmente in botte grande, mantenendo intatte le distintività del Nebbiolo di Barbaresco.

La seconda versione del vino di cui vogliamo raccontarvi poche righe è il Barbaresco “Cru” (noi in Italia il Cru lo chiamiamo meno poeticamente MGA…) Ronchi. Qui si tratta di una selezione in vigna dei grappoli meglio esposti. Un affinamento più lungo e il riposo di una parte del vino in Tonneaux, botti di legno di 500 litri circa. Le caratteristiche sono diverse rispetto al vino descritto precedentemente: innanzitutto si parla dell’annata 2013, un comportamento meteo più in linea con le annate precedenti, aggiungiamo l’affinamento più prolungato e risulta un Barbaresco dalle proprietà strutturali più importanti. Le definirei più “maschie”. La sensazione floreale viene supportata da una materia più autorevole, un frutto pieno e ricco con il lampone in evidenza. Il lungo riposo in legno garantisce, oltre alla struttura, anche un potenziale di invecchiamento clamorosamente maggiore, che si percepisce immediatamente all’assaggio. Questa etichetta (gialla in questo caso), è già in commercio, ma i professionisti più accorti avranno la pazienza di lasciarla riposare qualche anno per godersela nel suo momento migliore.

Concludo aspettandovi alla prossima puntata su Giancarlo Rocca, vi do una anticipazione… parleremo del suo Arneis…affinato in anfora… Già!

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