Riassunto
Cinque soci del cocktail bar Cinquanta Spirito Italiano di Pagani hanno trasformato un’esigenza nata dietro il bancone in un progetto concreto: creare un amaro e un limoncello pensati davvero per il lavoro dei bartender. Così sono nati Amaro Nazionale e Limoncello Nazionale, due prodotti progettati per funzionare tanto lisci quanto in miscelazione. A completare il progetto, un design premiato a livello internazionale. Oggi Timossi li distribuisce in esclusiva in Liguria.
Il rumore è quello secco della pallina di resina che sbatte contro la sponda di legno. Rossi contro blu, nessuna regola scritta tranne una, universale e indiscutibile: vietato rullare. Tra i riti che uniscono l’Italia, azzerando anche le differenze anagrafiche, c’è il calciobalilla.
Partendo da questo immaginario, cinque soci che consumano le suole dietro il bancone del Cinquanta Spirito Italiano – pluripremiato cocktail bar di Pagani (Salerno) – hanno deciso di rimettere le mani su due totem intoccabili del dopocena tricolore: l’amaro e il limoncello. Non un’operazione costruita a tavolino in un ufficio marketing, ma un’esigenza nata letteralmente dietro il bancone. Dal bar per il bar.
«Nazionale nasce perché, dopo cinque anni di lavoro insieme, sentivamo due esigenze fortissime. Da un lato quella culturale di avere tra le mani un prodotto che ci rappresentasse nel mondo. Se pensi agli scozzesi pensi allo scotch, ma se pensi agli italiani pensi all’amaro e al limoncello – racconta Emanuele Primavera, socio del progetto -. Dall’altro avevamo un’esigenza pratica: nei bar di provincia ognuno ha il suo amaro preferito. Noi volevamo creare una bottiglia che, proprio come il biliardino, mettesse d’accordo tutti». E così, nel 2025, sono nati l’Amaro e il Limoncello, che oggi Timossi distribuisce in esclusiva in Liguria.
L’Amaro Nazionale: la chimica del ghiaccio
Portare un amaro in miscelazione senza cannibalizzare il resto degli ingredienti richiede una base asciutta. L’Amaro Nazionale si ferma a 120 grammi di zucchero per litro, una frazione rispetto alle medie commerciali. A 28 gradi alcolici, diventa uno strumento di precisione.
Primavera usa un classico per spiegarne l’impatto: «Prendi quattro gin diversi e realizza quattro Hanky Panky: i drink si somiglieranno parecchio. Ma tieni fermo il gin e usa quattro amari diversi: otterrai quattro cocktail agli antipodi. Avere un prodotto così ti permette di caratterizzare la ricetta senza dover per forza chiuderti in un laboratorio a ridistillare».
La formula è un mosaico campano senza concessioni al folklore: arancia autoctona di Pagani, carciofo locale, un bouquet di erbe mediterranee (timo, maggiorana, eucalipto) e caffè. La vera chiave di lettura, però, è termica. Bevuto liscio a temperatura ambiente, il sorso è nervoso, spiccatamente erbaceo e secco. Ma basta introdurre il ghiaccio, o allungarlo con la soda, perché la diluizione ne stravolga il profilo: le spigolosità vegetali arretrano, lasciando affiorare la rotondità della vaniglia e la tostatura del caffè. Due comportamenti opposti, racchiusi nello stesso vetro.
Limoncello Nazionale: il riscatto del Verdello
Se l’amaro è una certezza, il limoncello è stata una scommessa complessa. Durante le loro guest shift da Hong Kong a New York, i ragazzi del Cinquanta si sentivano puntualmente chiedere drink a base di limoncello. «E noi non li facevamo mai – ammette Primavera -. Non ci sentivamo rappresentati da una categoria ferma all’immaginario del “liquore della nonna” e, tecnicamente, i risultati in miscelazione non ci convincevano».
Il reset, in questo caso, ha smontato le fondamenta della categoria. Gradazione alcolica abbassata al 25% e zuccheri bloccati a 110 grammi per litro. Il dettaglio tecnico dirimente è l’uso del Verdello, il limone verde della prima fioritura di maggio, che costituisce il 30% delle scorze infuse. Il risultato perde la classica densità zuccherina per guadagnare una nota vegetale, floreale e luminosa. Al banco, lavora agilmente al crocevia tra un oleo saccharum e un sour mix. Nel loro Liguria Smash, diventato un piccolo classico delle serate fuori porta, fa asse con gin, succo di limone, zucchero e basilico. In un twist sull’Americano, per confermarne la duttilità, tiene testa a bitter, vermouth e banana senza scomporsi.
Un design da fuoriclasse
Per differenziarsi in bottigliera, il vestito deve essere all’altezza. Per il packaging, i ragazzi di Pagani hanno bussato alla porta di Auge Design, pluripremiato studio fiorentino-milanese abituato a gestire i colossi dell’industria alimentare. Si sono presentati con la bottiglia di prova, una busta di taralli e la mozzarella, mettendo sul tavolo non budget faraonici, ma la loro idea di bar e accoglienza.
L’intuizione ha pagato. In pochi mesi, la bottiglia dai colori primari e dall’etichetta materica ha rastrellato quattro premi mondiali per il design, tra cui il Dieline a New York e due Pentawards.
Nei salotti della mixology si ripete spesso che il ruolo del bartender sia quello di educare il cliente, di guidarlo verso nuove consapevolezze, quasi si trattasse di una missione accademica. A guardare le geometrie pulite di quell’etichetta, però, la prospettiva si ribalta. Forse il mestiere di un bar non è spiegare il mondo, ma fornire gli strumenti giusti per alleggerirlo. Due once nel bicchiere, una moneta nella gettoniera e la palla al centro.
